Tempo di riflessioni (tanto per cambiare). Quest'anno non poteva iniziare peggio. Il 1 gennaio alle 11.00 del mattino ho ricevuto una delle notizie più tragiche che si potessero ricevere. La morte di un amico. Improvvisa, del tutto inaspettata, e nelle circostanze più assurde che non sto qua a ricordare. Di quelle morti per cui non ci sono parole, né colpe da attribuire (un infarto a 30 anni!) che non ti lasciano il tempo di capire, di farti anche solo vagamente una ragione. Fino ad ora non mi ero resa conto fino in fondo dell'influenza che questo evento ha avuto e sta avendo sulla mia vita. Forse perché nei miei 26 anni di esistenza non avevo mai avuto modo di confrontarmi con qualcosa di così grosso, doloroso e tragico. Io non penso quasi mai alla morte, non ci ho quasi mai pensato. Neanche a 17 anni, neanche nei periodi più bui dell'adolescenza quando più o meno tutti sfiorano, anche solo per un secondo, anche solo per moda, l'dea del suicidio. Ho sempre pensato alla fine della vita come a un momento che non riguarda il qui e adesso. Poi è successo quello che è successo. E fra noi amici, per consolarci a vicenda, abbiamo cominciato a ripetere allo sfinimento che almeno lui era una persona felice. Ma felice con la F maiuscola. Una di quelle che se ne vanno senza rimpianti, nonostante la sua vita sia stata tutt'altro che in discesa. Se vi raccontassi la sua storia familiare vi verrebbero i brividi. Eppure lui era contento, lo so per certo, si vedeva e si sentiva. Penso a quanto si stava dando da fare per fare il lavoro che voleva fare, avendo certamente molti meno mezzi di quelli che potrei avere io. Penso a lui e alla sua ragazza, una cara amica anche lei, e a tutte le volte che li ho portati come esempio di coppia modello, sempre che ne esista una. Poi penso a me adesso. Certo alla fine del mese porto a casa il mio stipendio e non devo chiedere soldi a nessuno ma mi piace il mio lavoro? Si mi piace il settore ma dove sono ora mi annoio molto. Quindi no, non mi piace, non ho niente da dimostrare, niente stimoli, niente per cui ci sia bisogno di mettere in gioco un minimo di competenza o capacità personali. E il resto? Sono innamorata? Sì. Sono felice del mio rapporto? Tutto un altro paio di maniche. Faccio volontariato ma senza dedicarvi lo spirito e il tempo che vorrei. Mi sto accontentanto, un po' in tutto. E per l'amor di dio, potrebbe andare peggio, ma forse il problema è proprio questa filosofia del "potrebbe andare peggio/non mi lamento" che sta cominciando ad andarmi stretta, molto stretta. Me lo ha fatto notare un'amica di recente. Mi ha detto "ti sei seduta", eppure le gambe per correre le ho, aggiungo io. Bisogna che cominci a pretendere di più, dagli altri ma soprattutto da me stessa. Questo dovrebbe essere il mio proposito per quest'anno, anzi per ogni giorno che ho la fortuna di vivere, altro che ricominciare la palestra e diminuire le sigarette. Altrimenti l'arbitro fischierà la fine della partita e io non avrò nemmeno alzato il culo dalla panchina (odio le metafore calcistiche e poi finisce sempre che sono la prima ad usarle). Bisogna che trasformi questa insofferenza in uno stimolo a fare di più, altrimenti è inutile, e l'unico risultato sarà quello di farmi venire un'ulcera precoce.
Ci penso e ci ripenso e mi auguro con tutto il cuore che tu stia sentendo quello che si dice quaggiù. Di come tutti parlano di te, col sorriso sulle labbra. E non per buonismo, perché quando si è morti si finisce per essere un po' idealizzati da chi ci ama. Perché siamo orgogliosi, così orgogliosi.